Le ragazze e la musica

Avete mai notato, ascoltando la musica dal vivo, che le ragazze che ascoltano sono cosi’ meglio dei ragazzi?

Le ragazze sanno le canzoni, le cantano a piena voce o le sussurrano ma si vede che le sanno. Le ragazze si muovono a tempo e sorridono, o chiudono gli occhi e sognano.
I ragazzi fanno la la con la bocca ma si vede che non la sanno, o stanno sdegnosamente zitti cercando di farti capire che la saprebbero anche ma che cantare non e’ cool. E quando cantano e la sanno, sembrano allo stadio, muovono le mani e fanno la faccia cattiva.

Questa sera al concerto c’erano un ragazzo e una ragazza molto carini e innamorati. Ma lei lo era molto di piu’, si capiva da come cantava.

https://www.youtube.com/watch?v=F8BMm6Jn6oU

 

La fine dell’estate (musical post)

Questa estate ha rafforzato il mio essere definito attraverso i miei figli e il mio lavoro. I figli che proiettano intorno a loro l’immagine  di solida felicita’ affettiva, i figli cosi’  fisici nel loro  manifestarsi e ancora cosi’ fragili nel dire al mondo che ci sono. I figli che sono la tua meraviglia e  che ti lasciano vuoto dentro, i figli che prendono perche’ e’ giusto che sia cosi’.

(tra l’altro la ragazza in oggetto scrive da cane, ma resta un mito del mio piccolo immaginario)

Il lavoro, che comunque rimane la definizione del buono e del cattivo intorno a te, il lavoro che a ben guardarlo e’ la migliore notizia dell’anno (felicita’ e successo dei figli esclusi). Il lavoro che  anche se nuovo e interessante resta  comunque viziato dall’essere il patto con il diavolo della felice sussistenza altrui. Il lavoro che per quanto come a volte succede tu lo possa amare resta  sempre, alla radice, un rapporto tra valore prodotto e compenso. Ed e’ sempre cosi’, a meno di non potersi permettere di non avere il compenso. Allora si, diventa perfetto e  esternazione del nostro io migliore,  realizzazione di progetti personali e un monte di bellissime cose.  Altrimenti, ci si naviga attorno e si sta attenti agli scogli.

 

E il terzo pilastro previdenziale per il benestare del tuo intero essere,  l’amore, il sostegno, il guardarsi negli occhi e sorridere, resta incastrato da mesi, da anni nei ferri sempre piu’ arrugginiti di frasi feroci e di silenzi anche peggiori. Forse ci vorrebbe un’antitetanica, alla fine dell’estate.

 

E’ venuto fuori un piccolo  post piuttosto malinconico. Allora come premio per essere arrivati fino a qui, un poco di energia….

Silent Disco

A Sestri Levante, sotto il balcone della casa dove sono in affitto, ci sono seimila persone, e sono le tre di notte. La stessa spiaggia della foto qui sopra.

Seimila sono tante, sono piu’, per capirci, della media dei manifestanti in piazza Sintagma  ad Atene nei giorni caldi del dentro-fuori l’Europa (e non sappiamo ancora come e’ finita).

Loro non manifestano, loro cercano di ballare con delle cuffie colorate in testa. Si chiama Silent Disco, perche’ la musica si sente solo attraverso le cuffie. ma seimila che canticchiano sottovoce quello che sentono in cuffia  fanno  comunque  un discreto casino. E non basta, ci sono tre dj e tre canali e tre colori dell cuffie. Cosi’, dal mio secondo piano affacciato sulla spiaggia gremita all’inverosimile, puoi capire in ogni momento chi ha piu’ successo, se il rosso o il verde o il blu. E la cacofonia aumenta.

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Questi seimila sono per  la maggior parte quello che  ti aspetteresti, diciottenni tranquilli che cercano fidanzamenti (come tutti, anche quando non sappiamo di cercarli), carezze, carezze. Carezze di ragazzi o carezze dell’alcool e dello sfinimento, o carezze del vento caldo di questa nottata.

Ma ci sono le eccezioni. Al piano di sotto, come in un piccolo prive’ al riparo dalla sabbia,  ci sono venti adulti, almeno 5 strappone che improvvisano una specie di pool dance. Due mastodonti tatuati che forse sono commercialisti ma vogliono sembrare guardie giurate, o culturisti. Sette o otto signori over cinquanta che visti dall’alto devono pesare cento chili per uno e che improvvisano passi di salsa.

Insomma come diceva  mia nonna un bisa bosa.

Ma sul piu’ bello arriva il fattore unificante che ci fa diventare nazione. Vasco. Quando il DJ verde la mette su, la spiaggia diventa verde e il coro sembra un inno. E, strappone e me a parte, gli altri non erano praticamente ancora nati.

https://www.youtube.com/watch?v=Wv80ZVOdXc0

E se mi chiedeste dove erano le mie cuffie, avreste ragione. Basta piagnistei, la silent disco e’ il nuovo che avanza. E lo e’ davvero; quattro anni fa erano un centinaio di persone, clandestine, in un angolo della spiaggia, faceva  venire voglia di unirsi. Ora e’ un’impresa vera, con stand da fiera, 6000 per quindici euro e chissa’ cos’altro. Se crescesse tutto il resto cosi’ in fretta il partito degli ottimisti avrebbe ragione…

 

Buon Compleanno!

Tutto accade al cinema, il giorno in cui in un attacco autodistruttivo Matteo ha deciso di rivedere, 25 anni dopo, “Il coltello nell’acqua”.

Il cinema della parrocchia della scuola di una figlia, specializzato in cose ricercate e sopraffine, il sublimato della intelligenza cattolica milanese. Vecchi film laici rivisti in una parrocchia di mezza citta’ dal pubblico piu’ borghese del mondo.

Venticinque anni prima, altra parrocchia, quasi campagna al lato di una grande roggia. Il cineforum dell’insegnante di religione. Nuovi e vecchi film laici visti in un cineforum di fuori citta’ da diciottenni che volevano solo innamorarsi.

“Il coltello nell’acqua”, tra tutte le scelte possibili per un cineforum, era gia’ vecchio allora, aveva gia’ quindici anni, Polanski aveva iniziato da ragazzo.

Entrando al cinema Matteo ripensa a come sia possibile che si ricordi solo, di quel film, due persone su una barca che si chiama Cristina. Tutto il resto era svanito, e aveva la sensazione che non fosse svanito con gli anni ma che fosse svanito immediatamente, che non fosse mai esistito, che di quel film avesse davvero percepito solo quello. Forse una ragazza era seduta di fianco a lui e lui si era perso nell’immaginarla innamorata di lui.

Questa sera per un miracolo dei circuiti parrocchiali o per l’intercessione dell’associazione per la sopravvivenza dei proiettori a bobina il film e’ li’ a cento metri da casa, e puo’ scoprire cosa succedeva dopo. Ci va. Sono in pochi, forse una trentina. E’ freddissimo fuori, e’ un po’ freddo anche dentro, tutti tengono sul il cappotto. Il film comincia, Cristina entra nell’ inquadratura e Matteo si addormenta.

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Si sveglia, e fuori c’e’ nebbia. Non la nebbia accennata di piazzale Loreto ma la nebbia delle rogge e dei grandi inverni. Non vede nulla, solo il cappotto rosso di una ragazza, la mano nella sua. Matteo non capisce, ma la mano di lei e’ calda nella nebbia e lui non vede perche’ ritrarla. Camminano nella nebbia, lei ha un buon profumo e parla, parla dei Modena City Ramblers e di uguaglianza. Parla di come a volte si senta fuori posto, di come vent’anni siano difficili e di come saranno i suoi prossimi venti. A lui quella ragazza piace, gli sembra cosi’ giovane e cosi’ grande, inizia a parlare anche lui e si accorge di non sapere piu’ quanti anni ha.

Tutto quello che sa oggi e che sapeva da ragazzo arriva ad ondate nella sua testa. Carole King e i Lumineers. La voglia di provare e la paura di rischiare. I suoi ragazzi e i suoi amici da ragazzi. Si abbandona a una sensazione confusa di non sapere piu’ distinguere tra l’oggi e il domani. Forse, pensa, non e’ cosi’ importante.

Matteo si racconta e la ragazza lo ascolta sorridendo, ride lo prende in giro e lo consola. Non hanno una eta’ mentre si lasciano scoprire dall’altro, a poco a poco.

Camminano e parlano tutta la notte, attraversano i bar e le osterie del paese. Scivolano nel freddo e nella paura senza sentirli, progettano insieme come potrebbe essere il mondo di domani, il loro. Corrono veloci con i pensieri, con le fantasie, tutto e’ possibile, le loro parole costruiscono il futuro.

Sono seduti sui gradini del cinema, all’alba, quando la ragazza gli dice che deve andare. Matteo la guarda e pensa che tornera’. La bacia, una volta sola. O e’ lei a baciare lui. Lei va, non si volta. Lui chiude gli occhi per un secondo pensando a come erano le sue mani. Quando li riapre, passano i titoli di coda.

 

 

 

 

Morissey e Sandie

https://www.youtube.com/watch?v=Oyx4yJ-RNTQ

Qui c’e’ una versione trentasettenne di Sandie Shaw che canta cose meravigliose come

So stay on my arm, you little charmer

e cose terrificanti

Yes, I know my luck too well
And I’ll probably never see you again

con lo stesso meraviglioso sorriso.

E’ una canzone autoassolutoria, forse  avevo voglia di sentirla e condividerla per questo, questa sera. Forse  a volte abbiamo bisogno di dirci che non e’ colpa nostra, che noi eravamo pronti a tutto come Morissey  ma che  quello che e’ successo e’ successo per qualcosa che non e’ dipesa da noi. Anche se sappiamo che non e’ vero.

Che quella cosa, qualunque essa fosse stata  e ce ne portiamo dentro tutti tante, avremmo dovuto vederla, anticiparla, placcarla e metterla giu’. E’ sempre colpa nostra quando  perdiamo qualcosa che volevamo.

Sarebbe bello conoscerla, Sandie Shaw.

Tagliare

In questo mesi sto faticosamente imparando a guardare avanti, almeno dove e’ possibile. A tagliare, sia quando e’ meglio per me che quando e’ peggio per me. Sia quando lo decido io che quando non lo decido ma lo decide qualcun altro o qualcun altra, e il taglio e’ solo l’abbreviare una agonia. E’ difficilissimo, ti fa anche sentire meglio per un breve momento ma poi lo paghi nella pancia e negli occhi. Lo paghi nei pensieri quotidiani, nei mille scenari possibili e nelle mille cose che non saranno perche’ lo hai deciso tu. Tu speri che l’aritmetica del dolore ti sia favorevole, ma non ne sei davvero certo. Ma l’aritmetica della dignita’ ti da comunque ragione, e alla fine maledici il caso in cui tagliare e’ impossibile.

La riflessione e’ un po’ contorta e troppo recente per essere stirata liscia e resa comprensibile, ma si puo’ spiegare con due canzoni, una dopo l’altra….

Fisici – o del cavalcare un muone

Le giornate strane sono le giornate migliori.

 

A Roma, mandato da una combinazione del destino a spasso con dei fisici. E con il loro rappresentante in terra, un romano che ne fa il segretario e l’organizzatore e che e’ stato separato in culla da Carlo Verdone.  Energia, chiacchiera, approssimazione e tenerezza. Alla fine, un intenso  amore  per quello che fa. E i fisici – un russo che ama l’italia e che ci si e’ stabilito, un adorabile ordinario in pensione che se non fosse rimasto all’universita’ sarebbe miliardario con le sue idee. Un ricercatore romano di quelli timidi ma di cui fidarti.

E tutti mi parlavano come se io capissi, come se io potessi capire.  Quindi ripeto quello che ho capito, per rendere omaggio alla giornata.

Le celle solari organiche – costano (costeranno) meno di quelle a silicio, perche’ non hanno bisogno delle clean room. Il reagente e’ un colorante organico, una specie di antociano, che impregna uno strato inerte  di ossido di titanio e viene messo in un sandwich di vetro, lavorato a strisce lunghe e strette, dove 8 strisce messe di lato fanno una lastra A4 e tante lastre A4 messe insieme fanno un pannello,

E questi pannelli sono trasparenti quasi a piacere  e del colore che vogliamo, quindi potremo avere delle alette parasole che producono elettricita’, e addirittura delle finestre (anche se la trasparenza e’ inversamente proporzionale alla resa) colorate.  Un grattacielo di vetro sara’ un immenso generatore. E il rosso produce piu’ dell’azzurro, cambieranno i colori delle citta’. I ricchi potranno permettersi l’Enel e  avranno i vetri azzurri, i poveri rossi. Che caso.

 

Lo scattering dei muoni. I muoni sono delle particelle residuali dei raggi cosmici. Quando il raggio cosmico incontra l’atmosfera comincia a disintegrarsi in tante particelle, e dopo un paio di passaggi si trasforma in una doccia di muoni. Che tendono ad attraversare tutto e tutti, ma per fortuna non sono tanti e non ci fanno male. Ma sono dappertutto, e non costano nulla.

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Ora, quando questi muoni attraversano qualcosa, deviano. Di quanto deviano, dipende dalla densita’ e dallo z (il numero atomico, su!) di quel qualcosa.

Insomma se mettiamo il qualcosa tra due coppie di pannelli che misurano il fascio di muoni, leggiamo la deviazione (che si chiama scattering) e capiamo cosa e’ il qualcosa. Una radiografia , una spettrografia  fatta usando  radiazioni che gia’ esistono e che non fanno male. Ri-uso, economia dolce e parsimoniosa. Applicazioni che non si possono nominare.

 

E poi i fisici sanno vivere, al contrario dei venditori di software. In un posto inimmaginato sui castelli,  vino e pesce a volonta’, tanto da dimenticare perche’ ero li’. Perche’ ero li?

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E poi Anagnina, Termini, Centrale. Pensando  a quanto le idee siano preziose. E che sarebbe bello riuscire ad aiutarle.