Febbraio – ancora, una festa di carnevale. A casa tua, tra tutti i posti dove farla. Io odiavo mascherarmi, odiavo le feste, e le odio ancora. L’unica condizione che può portarmi contento, o almeno a darmi una ragione d’essere a una festa è qualcuno da volere. Qualcuno da cercare, qualcuno da corteggiare.
Tu. Se non che tu, si proprio tu, ti stai baciando nella tua cucina che io ho sempre considerato anche mia da quando abbiamo aperto insieme le ostriche (ma questo è un altro frammento).
La stessa cucina dove abbiamo preso decine di the con una nuvola di latte. E non ti stai baciando con un misterioso nuovo uomo ammantato di fascino e di esotismo. Ti stai baciando con il mio altro migliore amico, dopo che con il primo abbiamo fatto per anni come Jules e Jim tranne che tu stavi solo con Jules e non con Jim. E non è alto e bello come Paolo. E io, sordo e cieco come al solito, sono devastato.
Insomma io passo davanti alla cucina per caso e mi ritrovo dentro il bagno a piangere disperato. Ma dentro il bagno qualcuno – chissà se oggi lo farà alla feste dei bambini – sta dipingendo le facce. Io ritrovo il mio contegno (il fuori deve essere sempre diverso dal dentro) e mi faccio disegnare una lacrima nera, che tengo per tutta la peggiore festa di carnevale della mia vita.
Certo, ci si rialza anche da queste cose